ATTENZIONE: AVVISO IMPORTANTE

In questo post proverò un esperimento mai tentato prima: sforzarmi di dire che La Traviata che ho visto è stata bella. Anche se sarà molto dura. Molto.

Cominciamo: la rappresentazione è quella del Met, in diretta in enne cinema nel mondo, del 14 marzo anno corrente, produzione Willy Decker e altri nomi che vi risparmio, a parte quello del maestro Nicola Luisotti che non ho capito se ha il sugo sul fuoco e fretta di andare a casa però soffre di bipolarismo per quei passaggi in cui sembra ci sia un rallentamento sul satellite, un po’ come i vecchi walkman a batterie (li ricordate, vero?) che quando le batterie cominciavano a scaricarsi potevi godere delle canzoni in rallenty e tipo sentire The final countdown degli Europe pareva una ninna nanna. Certo, qualche problema il collegamento col satellite lo può dare, in effetti ogni tanto “lagga” ma si capisce dallo scatto dell’immagine che salta qualche frame; la velocità della musica che va a tratti veloce e a tratti lenta (ma mica poco) non credo sia da imputare al satellite. Non parliamo di quando musica e interpreti si esibiscono rispettivamente col fuso orario di New York e con quello di Los Angeles. Però, aspetta, dovrei dire che comunque non è un testo musicale facile, è complesso e tutto sommato è stato b…be…bel…no, non ce la faccio. L’orchestra è no. Ma proprio no.

Foto1

Veniamo ora a qualcosa di cui non parlo mai: la regia (essendo una battuta è gradita una risata).

Questa volta bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare (anche se io non l’ho mica votato ‘sto Cesare) e fare una netta distinzione fra la scenografia in quanto tale e le scelte della regia che vedremo più avanti. La scenografia è molto minimal, un ambiente-contenitore senza sfondo e pareti laterali ma un’unica parete curva che parte da un estremo della linea frontale del palco per giungere alla relativa opposta. Praticamente un abside. Arredamento: un enorme orologio, una seduta che percorre tutta la parete tonda e, all’occorrenza, diversi divani. La trovate facilmente sul tubo con Netrebko e Villazòn, perché in effetti non è nuova. Voto alla scenografia: pur non essendo amante delle scenografie diverse da quelle previste nell’ambientazione originale (quindi le più intelligenti) devo dire che, con un buon cast e una regia sensata e non inutilmente fantasiosa (usando un eufemismo), può anche essere gradevole. Magari anche bel…bell…ok no adesso non esageriamo. Carina, ecco.

Ovviamente non è questo il caso. Già, perché la regia prende delle scelte piuttosto discutibili.

L’opera apre -e prosegue- con un oscuro figuro che pare tormentare Violetta (ma possibile che si debba sempre andare a cercare risvolti psicologici e di chissà quale dimensione filosofica o astrale invece di mettere in scena ciò che c’è scritto? È scritto, basta farlo) che alla fine…beh, ve lo dico alla fine. Ma è necessario? No. È utile? No. Dà fastidio? Si, non è un film di Alfred Hitchcock o un giallo di Agatha Christie.

La festa. Tutti sono in smoking, compresa Flora. Va bene che mi trasli i costumi qualche decennio più avanti, ma Flora vestita da uomo anche no, non ha senso, si confonde con gli altri ed è palesemente equivoca. Serve? Assolutamente no. Dà fastidio? Assolutamente si. Per non parlare del modo discutibile con cui gli invitati entrano incitando Violetta, triste e turbata per chissà quali oscure e immaginarie ragioni (presenti più che altro nella testa del regista), come fosse, chessò, un cane da lanciare in un combattimento illegale fra rottweiler. Sul fatto che Violetta poi si atteggi sul divano con fare decisamente, come dire, “disponibile” potrei anche sorvolare. Difficile invece sorvolare sul secondo atto, un tripudio di scelte che porta non solo ad andarsene alla signora seduta di fronte a noi (dopo diversi segni di disapprovazione) ma anche a commenti e “sospiri” di vario genere fra i presenti.

Festa1

Scena prima: diversi divani in scena coperti da teli con fantasie floreali (anche piuttosto carine) se solo non fosse che entrambi i protagonisti, presenti contemporaneamente sul palco, se la spassano fra un divano e l’altro con una vestaglia imbastita con lo stesso tessuto; effetto camaleonte assicurato.

Camaleonte

Scena Seconda: “Annina donde vieni?” (per altro devono aver combinato qualcosa quei due sul divano sdraiati l’uno sull’altra perché praticamente sono a un passo dallo scoppiare a ridere) e parte il botta e risposta, sempre in presenza di Violetta (che invece dovrebbe entrare alla scena quarta) che al “questo colloquio ignori la signora” con lei a un metro di distanza sfocia veramente nel ridicolo. Prima che il quadro si chiuda Giorgio Germont non manca di tirare un bel rovescio al figlio che non lo vuole seguire. Contento lui…

Secondo quadro: è una festa in maschera. Certo, detta così si presta a molte interpretazioni, peccato che l’Opera preveda due bei cori –Noi siamo zingarelle e Di madride noi siam mattadori – per relativi ruoli degli invitati e non un gruppo di gente ubriaca vestita tutta uguale tranne un omone tatuato (dai pettorali alquanto invidiabili, nota personale) con un bel vestitino rosso che inscena un non so bene cosa (che rappresenti le zingare? Poi però con le lancette ci fa due banderillas…almeno credo…zingador? Matarella?) e un cartonato barra maschera che rappresenta un toro. Triste. Tristerrimo. Pacchiano.

Festa2

Restando in tema, quando Alfredo dovrebbe gettare addosso a Violetta “con furente sprezzo” dei soldi al “…testimon vi chiamo che qui pagata io l’ho!“, non si limita a lanciarli ma li riprende e, siccome lei è stata scaraventata sull’enorme orologio che per l’occasione è divenuto il tavolo da gioco, glie li infila a forza sotto la gonna fra le gambe e nel vestito fra i seni. Che classe. Che finezza.

Soldi

Terzo atto: senza uno straccio di stacco, anche per apprezzare le aperture musicali degli atti (che di solito si apprezzano maggiormente a scena ferma o addirittura a sipario calato – anche se sta prendendo piede la triste moda di non avere un sipario) oltre che per introdursi mentalmente nel nuovo scenario, ci troviamo con Violetta sdraiata in terra svenuta e tutti gli invitati che pian piano escono indietreggiando. Il famoso oscuro figuro, visto all’inizio e che è apparso più volte durante la rappresentazione senza particolare motivo, chiude le porte, si mette un attimo in disparte e…tadaaaa! Ecco che si rivela! È il dottore!  >_>’

Evito di dilungarmi in altri dettagli, non voglio essere cattivo. Infatti adesso parlerò degli interpreti e lo sarò di più.

Il ruolo principale è affidato a tale Sonya Yoncheva che, mi perdonerà, ma non ho mai sentito; per essere una perfetta sconosciuta devo dire che non mi è dispiaciuta, almeno non spesso. Si presenta con voce abbastanza brillante e misurata, un buon controllo nel fraseggio e, udite udite, una buona dizione. Purtroppo mi va a sgolarsi al “Sempre libera” avendo qualche problema salendo ai “do” alti ma almeno ha il buon senso di non tentare la variazione finale chiudendo in “la” come da partitura del Maestro. Nel complesso direi bene.

Non altrettanto bene il suo amato Alfredo, all’anagrafe Michael Fabiano, che pare faticare in diversi passaggi, a volte un po’ ingolato e forse dall’intonazione troppo piatta per il ruolo, poco flessibile e, pur avendo fiato, non sale come dovrebbe. Nel complesso direi piuttosto monotono.

Giorgio Germont, checché se ne dica, ha un ruolo primario nell’opera; insomma, senza di lui sarebbe una storiella d’amore un po’ Boheme ma non essendo Puccini sarebbe un tantino noiosa. L’intervento di Germont padre è il vero tema della storia, un matrimonio che “non s’ha da fare” (Manzoni docet) imposto da un uomo forte, convincente, autoritario ma anche amorevole quando serve. Esattamente come non riesce a essere Thomas Hampson, che non solo ritengo poco adatto al ruolo per la capacità interpretativa ma, rispetto alla performance con la Netrebko di cui sopra, appare ancora più statico, persino robotico (visto che la produzione è la medesima direi che è peggiorato lui), con una voce totalmente senza spessore, senza profondità, a volte “senza” punto e basta; tira fuori tutto ciò che ha in “Di Provenza il mar il suol” raggiungendo il minimo sindacale, il resto è no. Certo è vero che tutti invecchiano, ma se lo confrontiamo a Leo Nucci o Renato Bruson direi che Hampson ha dei seri problemi con la maturazione e forse sarebbe il caso di non interpretare più questo ruolo.

Hampson

In compenso le comparse monobattuta fanno un’ottima impressione.

Giusto per avere un’idea, sul tubo trovate una bellissima Traviata con Bruson, Filianoti e Devia (con rispettivamente 70, 32 e 58 anni a quel tempo) da scaricare che non posso dirvi di scaricare perché queste cose non si fanno quindi non fatelo usando keepvid.com, in cui nonostante l’età Bruson pur non avendo più la potenza di un tempo esprime benissimo il carattere e le sfumature che il ruolo impone; Filianoti (ma che fine ha fatto?) e Devia disinvolti e naturali come stessero cantando sotto la doccia. Un capolavoro. Purtroppo non esattamente italiano.

Willy Decker, per favore, cambia cognome in Wonka e va a fare il cioccolataio!

PS: praticamente l’ho scritto di notte quindi non fate caso agli errori grammaticali 😀

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