A distanza di quasi un anno dal “Trovatetris” -sono stato piuttosto impegnato ma sono vivo, anche se con un braccio dolorante rotto il mese scorso a cui ho tolto il gesso l’altro giorno- per il ciclo “L’Opera al cinema” martedì sera dalla Royal Opera House di Londra è stato trasmesso Il Trovatore di Giuseppe Verdi, regia del tedesco David Bosch.

Cartellone

L’immagine sulla locandina lascia intendere che non sarà esattamente un allestimento classico, come fa notare il maestro Paola Manara che introduce questi appuntamenti con l’Opera al cinema (per altro cambiato, ora le proiezioni avvengono in un cinema sotto una chiesa con poltrone piccole e scomode); “Purché non si sparino con la pistola” dice -ignaro di ciò che lo attende- un signore in sala.

E come sempre, qui cade la mia prima critica, per la regia di Bosch, che riassumerei in poche semplici parole: certi registi dovrebbero limitarsi a rappresentare lavori di prosa per bambini facilmente impressionabili. Oppure potrebbe provare, chessò, a vendere lavatrici e lavastoviglie, che almeno saremmo liberi di non comprarle. Si, perché l’Opera, quella con la “O” maiuscola, con loro non ha nulla a che fare. Oppure potrebbero scriverle loro, le proprie “opere”. Troppo facile prendere un capolavoro e rimaneggiarlo a piacimento, sforando persino nel trash, come fosse la rappresentazione di uno scritto qualsiasi in cui si demanda a chi lo mette in scena ogni scelta diversa dal testo e dalla musica.

Prima che si apra il sipario risulta già evidente che ci sarà qualcosa di pacchiano.

Palco

Intendiamoci, per quanto purista non disdegno le rappresentazioni “non classiche” come ad esempio l’Aida che abbiamo visto al Coccia a Novara a ottobre (regia Gavazzeni/Maranghi) che, per quanto non sfarzosa e a tratti molto minimal, non ha distolto dalla trama, dalla musica, dalle parole, anzi; la scenografia deve accompagnare per mano la storia e i personaggi, non reinventarli. Invece no: lasciamo che una storia di rivalità e gelosia del XV secolo venga proiettata nei giorni nostri fra carrarmati, fucili e filo spinato; lasciamo che Leonora incida su un tronco, come in una -discutibile- favola per bambini, le iniziali “L e M” con in mezzo un cuore; lasciamo che i soldati si facciano un bel selfie riuniti in gruppo davanti al carrarmato “Luna” (scritto in bianco sul lato torretta);

Selfie

lasciamo che gli zingari siano quelli dell’accezione più negativa del termine, tipica dei giorni nostri, dove sono solo ladri e furfanti itineranti -con tanto di roulotte “addobbata” di bambolotti appesi!- che si celano dietro la falsa identità di giocolieri.

Zingari

Insomma, qualora non fosse ancora chiaro, alterare in questo modo un’Opera lirica è come prendere la Gioconda, disegnarle i baffi, metterle in mano un cellulare per un selfie e dire che è la Gioconda di Leonardo.

Gioconda

No, non lo è più. E non celiamoci dietro la scusa che si vuole “rinnovare” per portare a teatro i giovani; in questo modo si può solo ridicolizzare ciò che è parte dell’immenso patrimonio culturale e artistico del nostro Paese. Qualcosa che andrebbe promosso per ciò che è e non per ciò che potrebbe diventare nelle mani di persone dal dubbio gusto estetico.

E dopo il mio sfogo sulla regia veniamo agli interpreti 🙂

Il Trovatore è Gregory Kunde, tenore statunitense dal repertorio ampissimo che coi suoi sessanta e rotti anni regge bene la parte; voce classica, anche se non troppo calda, che a tratti ricorda Alfredo Kraus, sicuro e con un fiato che farebbe invidia a molti giovani emergenti. Un “Di quella pira” agile, fraseggio educato e voce sempre presente.

Il conte di Luna è interpretato da Vitaliy Bilyy, baritono a me totalmente sconosciuto -ma ciò non significa che non sia bravo- che però in questo caso non mi è piaciuto granché. Più volte l’ho trovato di volume piuttosto basso, ho avuto anche l’impressione che facesse fatica in più occasioni; forse una mia impressione ma mi sembra che sia poco agile e la voce un po’ troppo scura. Regge comunque tutta la sera senza particolari defaillance.

Leonora è Lianna Haroutounian, soprano dal nome impronunciabile nata in Armenia (l’età non è dato saperla), con una pronuncia direi straordinaria, una voce che da subito appare pulita e chiara, un buon controllo e abili capacità tecniche senza penalizzare troppo il calore. Lascia emozionare, esprime una buona coloratura senza incertezze, un po’ Callas e un po’ Tebaldi, forse non sale quanto potrebbe ma va benissimo comunque; unica piccola nota personale, “D’amor sull’ali rosee” lo avrei preferito con un pochino più di pathos inserendo qualche pianissimo alla Caballé (e qui verrebbe da dire “cosa c’entra?”, non è mica Puccini) perché io, si sa, i filati e i pianissimo della Caballé li metterei come il prezzemolo un po’ ovunque.

Inutile dire che la mia famosa ex prof. di inglese è presente, come sempre; ricordo che al Trovatetris disse che non disdegna gli allestimenti moderni. Sono indeciso se rivolgerle ancora la parola 😀

 

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