Dice: e chi è ‘sta qua? Ma come, è quella di quell’Opera che alla fine si butta giù dalla torre…come si chiama…Tosca!

O no. Forse è quella che sposa uno che non ama per convenienza politica del fratello, impazzisce e si butta giù dalla torre…come si chiama…Lucia!

Si, perché oggi se fai il regista sei libero di decidere non solo le scenografie, i costumi, ambientazione e comportamento degli interpreti ma anche la trama. La trama non di un film, uno spettacolo teatrale, il ballo di fine anno o il ballo del qua qua bensì quella di un’Opera; alla faccia del librettista e di chi l’ha musicata, molti anni prima che tu regista con ottime braccia per raccogliere pomodori nel salento nascessi e decidessi di fare questo lavoro.

Sto parlando naturalmente di “Lucia di Lammermoor”, proiettata qualche giorno fa per il ciclo “L’Opera al cinema” in diretta da Barcellona, interpretata da Elena Mosuc e Juan Diego Florez nei panni dell’amato Edgardo. Lei, nonostante non sia più giovanissima, regge bene una parte da “usignolo” tipica da Mariella Devia, anche se ho trovato qualche eccesso di enfasi (ma suppongo scelta registica); lui arriva da un repertorio non esattamente donizettiano, infatti manca di espressività tragica e di volume, il che lo porta ad essere piuttosto innaturale e monotono. Enrico, Marco Caria, soporifero; Raimondo, Simon Orfila, giovane ma ascoltabile.

Per le scelte registiche barra scenografiche barra narrative barra d’acciaio mi esprimerò semplicemente agevolando un’immagine:

Lucia.jpg

Ovviamente non è vero, ecco cosa penso: è una cagata pazzesca. Cioè, di norma vale questa regoletta: se la scena infastidisce l’ascolto o la comprensione del cantato, allora è fuori luogo. Ed è questo il caso. Certo, la storia vuole i due casati rivali in guerra, ma siamo nel ‘700 e non nel 2100 per avere un paesaggio desolato con una fastidiosa torre di vetro e acciaio semidistrutta da chissà quale evento bellico; non da meno i costumi che sembrano arrivare dalla seconda guerra mondiale. Degna di nota -e disprezzo- la fontana nel parco del castello nel primo atto, presso cui si svolge la scena IV, tradotta in un bellissimo ed elegante secchio di metallo.

secchio.png

Gli altri pietosi dettagli ve li risparmio, ma il clou si è raggiunto nel momento in cui, diversamente da quanto previsto da tali Cammarano e Donizetti, Lucia anziché svenire si getta (chiaramente una sua controfigura) dalla trave che sporge dal secondo piano della torre. Che Tosca levati proprio. E no, la regia non è di Dario Argento ma di tale Damiano Michieletto.

Di contro, c’è da segnalare l’ottima rappresentazione de “Il viaggio a Reims” messo in scena ad ottobre al Coccia di Novara, con scelte di scena e costumi, seppur strizzando l’occhio alla modernità, ponderate e assolutamente ben inserite nell’Opera. Direttore il giovane e bravo Matteo Beltrami e alla fine un bis a sorpresa diretto dal soprano Manuela Ranno, di cui consiglio caldamente la visione.

Bravi tutti gli interpreti, solo qualche piccola imprecisione di ruoli secondari, applausi applausi applausi.

pietrodibianco.jpg

Che in foto ci sia in primo piano il bravo e piacevole baritono/basso buffo Pietro Di Bianco è pura coincidenza.

Ovviamente.

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