Dopo aver finalmente conquistato un nuovo lavoro, ecco che affronto con Max l’ormai abituale viaggio della speranza verso il Coccia di Novara. Facendo merenda ne approfittiamo per scambiarci i regali di compleanno, visto che lo festeggiamo a pochi giorni di distanza.

Quest’anno il Coccia ci propone un nuovo allestimento per il capolavoro verdiano con l’orchestra sinfonica della Rai ed  una rosa di interpreti giovani, anzi, giovanissimi.

La Traviata

Minimo. L’allestimento è ridotto ai minimi termini. Si sa, io non amo gli allestimenti moderni, preferisco l’esaltazione della tradizione che le strane (di norma dettate da esigenze economiche) riletture futuristiche che spesso rasentano il ridicolo (vedi il Macbeth di Dario Argento), però a tratti diciamo che il “nulla” di questa scenografia è accettabile. A tratti, perché in molte situazioni il cantato dovrebbe avere un suo riscontro fisico nella scena (del resto è una rappresentazione, non un concerto lirico), cosa che qui manca in quanto buona parte dell’Opera vede gli interpreti su di un lucido quanto vuoto palco color petrolio.

Traviata Coccia

Massimo. Danno il massimo. Si, se parliamo delle persone che animano quella scena così cruda e spoglia gli applausi sono decisamente meritati.

L’orchestra della Rai è una macchina perfetta nelle mani di un giovane maestro, Andrea Battistoni, che la dirige a proprio piacimento senza fatica; si alternano momenti delicati ed armoniosi a momenti di intenso pathos, viene lasciato spazio ai cantanti senza sovrastarli e c’è armonia fra musica e canto. Solo in qualche finale ,forse, il ritmo dell’orchestra pare leggermente troppo frettoloso.

Alfredo è il giovanissimo (classe ’91!) Vincenzo Costanzo, una tenore a metà strada fra Kraus e Pavarotti, con una buona dizione, un bel timbro ed un buon controllo; in alcuni attacchi (in cui qualcuno potrebbe vedere una spiacevole inflessione di gola, che però a me non dispiace) ricorda il bel Kauffman, anche se non ha la stessa forza ed estensione. Aurelia Florian assolve egregiamente il compito di Violetta, un soprano piuttosto “classico”, voce chiara e piena, ben controllata (anche se un primo atto lievemente titubante), con ottimi passaggi quando la scena si regge tutta sul piano-pianissimo e senza mai urlare quando si deve salire con le note ed il volume; unico momento che non ho gradito, quando a “in questo popoloso deserto che appellano Parigi” scandisce le parole con un accento troppo robotico, ma le origini romene da qualche parte si devono pur far sentire. Ottima performance quella del “giovane” padre di Alfredo, il baritono Simone Piazzola (classe 1985) che fin da subito si mostra pienamente nella parte; anche lui, come gli altri, gestisce abilmente la scena, spontaneo, voce piena, garbata e controllata, non è Bruson ma sa crescere con forza a marcare gli spazi quando necessario.

La regia. Con la scelta di una scenografia così spoglia si può pensare ci sia ben poco da gestire, ma quel poco lo si può gestire anche male. I personaggi si ritrovano spesso a “pascolare” per il palco in maniera anche fastidiosa; resto dell’idea che non si debba cercare di dare chissà quali significati alle Opere liriche ma semplicemente rappresentarle in maniera quanto più possibile credibile, veritiera e comprensibile. E se il libretto prevede che in scena ci sia una persona che parla da sola, non condivido la scelta di lasciare in scena anche altre persone. Insomma, le interpretazioni personali lasciamole ai registi dei film.


A conclusione è stata comunque una delle migliori Traviate viste; giornata piacevole, il tempo clemente anche se ha fatto quattro gocce di pioggia, due passi per la città e per cena una buona pizza pere e zola, che consiglio caldamente.

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