Il Trovatetris

Miei carissimi, numerosissimi (…) e affezionatissimi (…) lettori, mentre la vita prosegue fra alti e bassi (qualcuno anche di statura normale) c’è sempre chi non coglie l’occasione di non esprimere le proprie malsane idee dando vita a rappresentazioni alquanto discutibili.
No, non sto parlando del familyday, per il quale ci sarebbe tanto da dire; parlo dell’ennesimo regista che stravolge un’Opera lirica: tale Alex Ollè.
Il Trovatore è quello, visto al cinema Silvio Pellico di Saronno con Max, allestito all’Opéra Bastille in cui, se non avesse dato forfait causa malanno, avrebbe cantato Anna Netrebko, sostituita quindi da Hui He che era prevista per successive rappresentazioni. Ovviamente l’età media dei presenti si aggira attorno al secolo, ma questi sono dettagli.
Ma torniamo all’allestimento. La storia viene traslata alla prima guerra mondiale (deve essere piaciuta proprio tanto visto che è una scelta che fanno diversi registi) e già -e chi mi conosce sa che sono piuttosto purista nella collocazione storica- cambia l’anima della rappresentazione. Cambiano i costumi, le luci, le atmosfere e ci si ritrova fra profughi di guerra che non è chiaro se stia andando un servizio del telegiornale sulla Siria o se stiano per intonare il “Va pensiero” da un moderno quanto discutibile Nabucco.
Appena il palco si popola il fastidio è immediato: lo sfondo della scena, sicuramente per produrre profondità, è una parete a specchio, plastica o metallica, che ad ogni piè sospinto sul palco ondeggia vanificando il suo scopo ed evidenziando la sua artificialità.

Scena

Come se non bastasse, la scenografia è costruita da tre serie di parallelepipedi verticali inseriti nel pavimento che, collegati a cavi aerei, vengono sollevati alla bisogna fino ad essere sospesi per aria lasciando grandi fosse (trincee o tombe a seconda della necessità) nel tavolato.

Trovatore

La noia e il fastidio; la noia di questi elementi freddi e tristi e il fastidio di tutti i loro cavi (quattro cadauno) chiaramente visibili ogni volta che gli elementi sono inseriti nel palco e gli interpreti devono necessariamente girargli attorno per evitarli rendendo la scena ancora più artificiale. Neppure fosse una partita al famoso videogame degli anni passati Tetris.

Tetris

Ovviamente, non pago, il regista ha fatto anche qualche simpatica variante. Quando ad esempio Leonora sta per entrare in convento ed arriva Manrico, ecco che, per probabile intervento di Piper Halliwell, tutti tranne Leonora si bloccano. Ovviamente, poi, nel quarto atto, Leonora ha il veleno col quale si toglierà la vita in un bellissimo portaveleno che tiene al collo per niente sospetto. Ma proprio niente niente, eh. A chiudere in bellezza, Azucena, con la pistola ancora nelle mani del conte che ha appena sparato a Manrico, si suicida.

Interpreti. Come detto, niente Netrebko ma Hui He. Che mi è piaciuta poco. Poco poco. Si, non ce la vedo, non mi pare abbia una voce da Trovatore; timbro scuro, emissione a volte sul limite del nasale e non troppa agilità come invece vorrebbe il ruolo, sopratutto sui passaggi alti. Marcelo Alvarez nei panni di Manrico non mi dispiace. La sua enfasi ed espressività, particolarmente accentuate, danno vita ad un personaggio molto vivace ed emotivo; l’ingresso sulle note e i passaggi fra tonalità mi sembrano migliorati rispetto al passato. Il Conte di Luna di Ludovic Tézier, invece, è piuttosto piatto, come alla ricerca della perfezione che però lo rende poco incisivo. Una buona seppur non primaria parte quella di Roberto Tagliavini in Ferrando. Abile interpretazione quella di Ekaterina Semenchuk in Azucena che tira su un po’ il livello di attenzione generale; misurata ma intensa e senza strafare assetta il giusto pathos nel canto che compensa, seppur parzialmente, la triste e noiosa scena.

Ekaterina

Non poteva mancare l’incontro con la mia ex prof. di inglese, che è con un’amica, e le dice “Questo giovanotto era un mio allievo” e ci si scambia i classici convenevoli. Il tutto col suo fantastico accento salernitano.

Consoliamoci -ogni scusa è buona- col sacchetto di caramelle comprato nel pomeriggio, a palettate proprio. E speriamo che il Rigoletto in programma ad aprile vada meglio e non diventi, chessò, la storia di un ascensorista in una base lunare.

Floria di Lammermoor

Dice: e chi è ‘sta qua? Ma come, è quella di quell’Opera che alla fine si butta giù dalla torre…come si chiama…Tosca!

O no. Forse è quella che sposa uno che non ama per convenienza politica del fratello, impazzisce e si butta giù dalla torre…come si chiama…Lucia!

Si, perché oggi se fai il regista sei libero di decidere non solo le scenografie, i costumi, ambientazione e comportamento degli interpreti ma anche la trama. La trama non di un film, uno spettacolo teatrale, il ballo di fine anno o il ballo del qua qua bensì quella di un’Opera; alla faccia del librettista e di chi l’ha musicata, molti anni prima che tu regista con ottime braccia per raccogliere pomodori nel salento nascessi e decidessi di fare questo lavoro.

Sto parlando naturalmente di “Lucia di Lammermoor”, proiettata qualche giorno fa per il ciclo “L’Opera al cinema” in diretta da Barcellona, interpretata da Elena Mosuc e Juan Diego Florez nei panni dell’amato Edgardo. Lei, nonostante non sia più giovanissima, regge bene una parte da “usignolo” tipica da Mariella Devia, anche se ho trovato qualche eccesso di enfasi (ma suppongo scelta registica); lui arriva da un repertorio non esattamente donizettiano, infatti manca di espressività tragica e di volume, il che lo porta ad essere piuttosto innaturale e monotono. Enrico, Marco Caria, soporifero; Raimondo, Simon Orfila, giovane ma ascoltabile.

Per le scelte registiche barra scenografiche barra narrative barra d’acciaio mi esprimerò semplicemente agevolando un’immagine:

Lucia.jpg

Ovviamente non è vero, ecco cosa penso: è una cagata pazzesca. Cioè, di norma vale questa regoletta: se la scena infastidisce l’ascolto o la comprensione del cantato, allora è fuori luogo. Ed è questo il caso. Certo, la storia vuole i due casati rivali in guerra, ma siamo nel ‘700 e non nel 2100 per avere un paesaggio desolato con una fastidiosa torre di vetro e acciaio semidistrutta da chissà quale evento bellico; non da meno i costumi che sembrano arrivare dalla seconda guerra mondiale. Degna di nota -e disprezzo- la fontana nel parco del castello nel primo atto, presso cui si svolge la scena IV, tradotta in un bellissimo ed elegante secchio di metallo.

secchio.png

Gli altri pietosi dettagli ve li risparmio, ma il clou si è raggiunto nel momento in cui, diversamente da quanto previsto da tali Cammarano e Donizetti, Lucia anziché svenire si getta (chiaramente una sua controfigura) dalla trave che sporge dal secondo piano della torre. Che Tosca levati proprio. E no, la regia non è di Dario Argento ma di tale Damiano Michieletto.

Di contro, c’è da segnalare l’ottima rappresentazione de “Il viaggio a Reims” messo in scena ad ottobre al Coccia di Novara, con scelte di scena e costumi, seppur strizzando l’occhio alla modernità, ponderate e assolutamente ben inserite nell’Opera. Direttore il giovane e bravo Matteo Beltrami e alla fine un bis a sorpresa diretto dal soprano Manuela Ranno, di cui consiglio caldamente la visione.

Bravi tutti gli interpreti, solo qualche piccola imprecisione di ruoli secondari, applausi applausi applausi.

pietrodibianco.jpg

Che in foto ci sia in primo piano il bravo e piacevole baritono/basso buffo Pietro Di Bianco è pura coincidenza.

Ovviamente.

Nuova rubrica: 1 Libro col tuo Pet!

Un’idea carina per gli amanti degli animali😉

Ispirata dalla folata di nuove rubriche che coinvolgono altri blog ecco la nostra idea: FotoColPet

1) Esponete il vostro libro del cuore, il vostro primo libro oppure uno che nel corso della vita vi ha totalmente conquistati;

2) La foto vale solo con libro e vostro Pet vivente oppure un qualsiasi soggetto fisico finto (pupazzi, action figure, bambolotti ecc ecc) legato alla trama del libro in questione;

3) Scrivete qualcosa cercando di essere sintetici sul perché questo libro vi ha conquistati, per invogliare altri lettori;

4) Scrivete la vostra citazione preferita del libro indicando pagina del libro cartaceo o posizione su e-reader, (Kindle, Kobo, Sony, ecc);

5) Indicate il vostro blog perché verrà messo in evidenza;

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Minimo e massimo: La Traviata

Dopo aver finalmente conquistato un nuovo lavoro, ecco che affronto con Max l’ormai abituale viaggio della speranza verso il Coccia di Novara. Facendo merenda ne approfittiamo per scambiarci i regali di compleanno, visto che lo festeggiamo a pochi giorni di distanza.

Quest’anno il Coccia ci propone un nuovo allestimento per il capolavoro verdiano con l’orchestra sinfonica della Rai ed  una rosa di interpreti giovani, anzi, giovanissimi.

La Traviata

Minimo. L’allestimento è ridotto ai minimi termini. Si sa, io non amo gli allestimenti moderni, preferisco l’esaltazione della tradizione che le strane (di norma dettate da esigenze economiche) riletture futuristiche che spesso rasentano il ridicolo (vedi il Macbeth di Dario Argento), però a tratti diciamo che il “nulla” di questa scenografia è accettabile. A tratti, perché in molte situazioni il cantato dovrebbe avere un suo riscontro fisico nella scena (del resto è una rappresentazione, non un concerto lirico), cosa che qui manca in quanto buona parte dell’Opera vede gli interpreti su di un lucido quanto vuoto palco color petrolio.

Traviata Coccia

Massimo. Danno il massimo. Si, se parliamo delle persone che animano quella scena così cruda e spoglia gli applausi sono decisamente meritati.

L’orchestra della Rai è una macchina perfetta nelle mani di un giovane maestro, Andrea Battistoni, che la dirige a proprio piacimento senza fatica; si alternano momenti delicati ed armoniosi a momenti di intenso pathos, viene lasciato spazio ai cantanti senza sovrastarli e c’è armonia fra musica e canto. Solo in qualche finale ,forse, il ritmo dell’orchestra pare leggermente troppo frettoloso.

Alfredo è il giovanissimo (classe ’91!) Vincenzo Costanzo, una tenore a metà strada fra Kraus e Pavarotti, con una buona dizione, un bel timbro ed un buon controllo; in alcuni attacchi (in cui qualcuno potrebbe vedere una spiacevole inflessione di gola, che però a me non dispiace) ricorda il bel Kauffman, anche se non ha la stessa forza ed estensione. Aurelia Florian assolve egregiamente il compito di Violetta, un soprano piuttosto “classico”, voce chiara e piena, ben controllata (anche se un primo atto lievemente titubante), con ottimi passaggi quando la scena si regge tutta sul piano-pianissimo e senza mai urlare quando si deve salire con le note ed il volume; unico momento che non ho gradito, quando a “in questo popoloso deserto che appellano Parigi” scandisce le parole con un accento troppo robotico, ma le origini romene da qualche parte si devono pur far sentire. Ottima performance quella del “giovane” padre di Alfredo, il baritono Simone Piazzola (classe 1985) che fin da subito si mostra pienamente nella parte; anche lui, come gli altri, gestisce abilmente la scena, spontaneo, voce piena, garbata e controllata, non è Bruson ma sa crescere con forza a marcare gli spazi quando necessario.

La regia. Con la scelta di una scenografia così spoglia si può pensare ci sia ben poco da gestire, ma quel poco lo si può gestire anche male. I personaggi si ritrovano spesso a “pascolare” per il palco in maniera anche fastidiosa; resto dell’idea che non si debba cercare di dare chissà quali significati alle Opere liriche ma semplicemente rappresentarle in maniera quanto più possibile credibile, veritiera e comprensibile. E se il libretto prevede che in scena ci sia una persona che parla da sola, non condivido la scelta di lasciare in scena anche altre persone. Insomma, le interpretazioni personali lasciamole ai registi dei film.


A conclusione è stata comunque una delle migliori Traviate viste; giornata piacevole, il tempo clemente anche se ha fatto quattro gocce di pioggia, due passi per la città e per cena una buona pizza pere e zola, che consiglio caldamente.

Le faremo saperahahahahahahha…

Mentre qualcuno ancora discute, inutilmente, su quanto possa durare un contratto a termine e con quanti rinnovi, qualcuno è in spiaggia a prendere il sole. Non io, ovviamente.

No, io ho dovuto intraprendere la carriera del “cercatore di impiego”, per gli amici “disoccupato”. Finita l’esperienza con l’azienda in cui ho passato gli ultimi quattro anni, mi ritrovo nel vortice delle offerte di lavoro in cui si leggono cose che credevo potessero accadere soltanto nelle migliori puntate dei Simpson. Tipo l’annuncio per fare il “sales assistant specialist shop”, che è il commesso da Zara, per intenderci, devi avere due lauree, avere meno di 29 anni, esperienza pluriennale ed essere nato il 29 febbraio; per lavorare al Brico devi avere una laurea, meno di 29 anni, essere nato il 19  marzo, chiamarti Giuseppe e sapere utilizzare Sap, as400, Zucchetti, Siebel, Passepartout e Unduetrestella; per un front office avere due lauree e due diplomi, meno di 29 anni, parlare cinque lingue compresi swahili e mandarino, saper usare Diamante, Topazio e Ancheiricchipiangono e saper cantare “My heart will go on” stando su un piede solo reggendo due ventilatori, uno in ciascuna mano, che soffiano verso di te scompigliandoti la chioma fluente. Per un back office devi essere ingegnere aerospaziale, avere fatto almeno tre volte il giro del mondo su un mouse costruito da te ad energia solare ed essere disponibile su turni h24, 7 su 7 e contemporaneamente in una dimensione parallela. Almeno una, possibilmente due.  In ogni caso sarà sempre considerato requisito preferenziale avere la vista a raggi x, abitare sull’asse y e parlare madrelingua l’alfabeto zingarino. Quello tipo ciziazaozo sozonozo Dazavizideze.

lavoro

 

Analizzando con attenzione più e più volte la situazione, mi son reso conto che mi manca un requisito essenziale per poter essere assunto per la maggior parte delle offerte sul mercato: ho già compiuto i trenta. Una decina di volte. Poi vabbè, gli altri sono dettagli di poco conto, tipo non ho vinto premi Nobel, non ho fatto master documentati (pare che la testimonianza degli slave non valga) e non so generare report con strutture nidificate in pivot a tre livelli estratti da bilanci d’esercizio proiettati in benchmark a medio-lungo termine basati sulle variazioni dell’euribor ed i fabbisogni di cassa al netto dei ratei e dei risconti, ma per il resto direi che il mio know how ed il mio background non sono da buttare (conosco anche “problem solving” e “customer satisfaction” ma non sapevo come usarle e comunque non ho idea di cosa possano significare).

Insomma, questa cosa delle agevolazioni è alquanto discriminante; non vengo considerato perché non posso essere assunto col contratto di apprendistato (più conveniente alle aziende), chi è disoccupato da oltre due anni ha la precedenza (che in linea teorica è un sano principio ma pone le competenze in secondo piano) sempre per motivi economici, e non sono bionda e tettedotata per essere idoneo a lavori di front office.

Come se non bastasse, la concorrenza è tanta, ma tanta tanta; ho passato il colloquio di gruppo in una delle società FCA, per gli amici FIAT o FICA dipende dai gusti (cioè, Alfa Romeo ad Arese, mica fuffa) dove ho trovato persino la mia ex responsabile, fuggita da quel luogo di follia e insensatezza in cui lavoravamo entrambi. Feed back positivo, ho sostenuto quello individuale. Ma no, non sono stato fra i pochi prescelti. Lei suppongo di si.

Bisogna reinventarsi, come ha fatto quello che ha inventato il “codista” che fa la coda per te; io, visto l’arrivo dell’estate, credo inventerò il “solista”, cioè quello che prende il sole conto terzi.

E non fregatemi l’idea che l’ho avuta prima io.

Ps: qualcuno sa come si fa per brevettarlo?

Pps: volevo dire qualcosa di gay ma non l’ho fatto. O forse si. Vabè, lo faccio ora: cercasi marito ricco e bono che mi mantenga.

Ppps: Raffella Carrà.

Momento diabetico

Pascolando per la rete ho trovato questo simpatico post; a volte i bambini sono proprio la bocca della verità.

“Che cos’è l’amore?

Eccolo spiegato da 10 bambini in dieci frasi diverse…

1. L’amore è quando esci a mangiare e dai un sacco di patatine fritte a qualcuno senza volere che l’altro le dia a te.(Gianluca, 6 anni)

2. Quando nonna aveva l’artrite e non poteva mettersi più lo smalto, nonno lo faceva per lei anche se aveva l’artrite pure lui. Questo è l’amore. (Rebecca, 8 anni)

3. L’amore è quando la ragazza si mette il profumo, il ragazzo il dopobarba, poi escono insieme per annusarsi. (Martina, 5 anni)

4. L’amore è la prima cosa che si sente, prima che arrivi la cattiveria. (Carlo, 5 anni)

5. L’amore è quando qualcuno ti fa del male e tu sei molto arrabbiato, ma non strilli per non farlo piangere. (Susanna, 5 anni)

6. L’amore è quella cosa che ci fa sorridere quando siamo stanchi. (Tommaso, 4 anni)

7. L’amore è quando mamma fa il caffè per papà e lo assaggia prima per assicurarsi che sia buono. (Daniele, 7 anni)

8. L’amore è quando mamma dà a papà il pezzo più buono del pollo. (Elena, 5 anni)

9. L’amore è quando il mio cane mi lecca la faccia, anche se l’ho lasciato solo tutta la giornata. (Anna Maria, 4 anni)

10. Non bisogna mai dire “Ti amo” se non è vero. Ma se è vero bisogna dirlo tante volte. Le persone dimenticano. (Jessica, 8 anni)”

 

La grande bellezza

Un titolo in cerca di un film.

Sullo sfondo della capitale storie e storielle ruotano attorno al protagonista, Jep; storie di tradimenti, finti moralismi, una classe elitaria vecchia e ormai decadente che viene rappresentata come fosse la normalità assoluta. Un film lento, sopratutto la prima parte, tanta carne al fuoco ma cotta male e peggio accompagnata, con una trama da ricercare in chissà quale chiave di lettura pseudo filosofica su Roma e, peggio ancora, sull’Italia intera.

Certo è che se questo film vuole rappresentare uno spaccato del bel paese io mi dissocio, no, Maria, io esco. Ciò non significa che gli italiani siano santi, assolutamente, ma mi sembra decisamente eccessivo risolverla tutta nei soliti luoghi comuni di vuota mondanità condita di volgarità e droga, inscenando anche iperbole dal dubbio gusto, sopratutto visto che parliamo di quello che dovrebbe essere un film “impegnato” (perché è così che si giustifica chi lo difende a spada tratta nei confronti di chi non lo apprezza perché “non lo capisce”) e non di un film della serie “Vacanze di Natale”, da cui pare invece siano tratte alcune scene e talune battute degne del cinepanettone più classico. Ma si sa, qui, in quanto a film, sappiamo solo parlare di mafia, morti ammazzati, corruzione, tradimenti e chi più ne ha più ne metta, possibilmente con la finezza che er monnezza levate proprio. Vogliamo, oppure, dire che è arte ed in quanto tale va vista con occhi critici solo dopo averne compreso gli intrinsechi contenuti reali e simbolici e bla bla bla? Sarà, ma per me l’arte è tutt’altro, qui si fa confusione con la fantasia. Gli attori, in fondo, fanno la loro parte, nulla di impegnativo, nulla di eccezionale; qualcuno sa anche recitare.

Lento. Frammentato. Dissociato. A tratti freddo, a tratti tiepido, mai caldo e mai appassionante. Scene interessanti che si esauriscono in un momento. Scene in eccesso. Scene grottesche. Un puzzle disordinato. Il tutto per arrivare ad un finale che, per chi riesce a non addormentarsi, appare anche piuttosto banale e deludente; un “domani è un altro giorno” forse mi avrebbe evitato di esclamare “ma finisce così!?”.

Personalmente non spenderei un centesimo per vederlo al cinema (o in qualsiasi altro luogo), ma sono consapevole che, a chi ama il genere piuttosto “astratto”, possa anche piacere molto. Resto comunque dell’idea che non valga un Oscar e sia assolutamente in linea con i film che producono gli italiani: a ciascuno l’onere di attribuire tale livello.

 

Il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi Tosca.

La stagione lirica di quest’anno ci porta a Novara, la città del freddo e della pioggia, per la rappresentazione della Tosca.

Tosca

Naturalmente piove, e prima dell’inizio cerchiamo un posticino per fare merenda. Con piacere scopriamo che dove prima c’era una semplice libreria ora c’è un punto Eataly, mix fra bar/cucina/ristorante e libreria. Lo staff vede in prima fila un giovane moretto smart e niente male, dietro al bancone altri boys non esattamente del genere che passano inosservati. Se apro grindr sicuramente li trovo a pochi metri.

L’opera ha una scenografia piuttosto essenziale ma non eccessivamente povera, anzi, sicuramente troppo ricca di scalini e su e giù a volte anche fastidiosi; i costumi classici e adatti.

Ormai sappiamo che i registi che si attengono strettamente al libretto e non ci mettono del loro sono rari; il giovane Fabio Ceresa, infatti, non si smentisce e decide di “esaltare” qualche passaggio di troppo uscendo anche dai binari dell’interpretazione.

Nel primo atto una Attavanti misteriosa che vaga per s. Andrea lascia un tantino perplessi. La cosa peggiore è che la rivedremo nell’ultimo atto (!!!) nel ruolo del pastorello, affidando quindi una cantata, in romano, da voce bianca ad un soprano. Mistero.

Nel secondo atto, la regia ci presenta Scarpia, anziché a tavola a cenare, in una vasca che fa il bagno (ricordando vagamente la morte di Marat, di J.L. David) riducendolo, nel complesso interpretativo, ad una sorta di orco cattivo al limite del grottesco. Poco convincente anche la sua morte in cui, dopo essere stato pugnalato da Tosca, ricade nella medesima vasca, ricordando un po’ troppo Falstaff.

Scena vasca

Nel finale, evviva la fantasia, quando Tosca si suicida lanciandosi da Castel S. Angelo, trascina giù con se anche il corpo di Mario, cosa che non è certo prevista dal libretto, che riporta invece una breve fuga dalle guardie prima del suo lancio, sola, nel vuoto.

Nota sul pubblico in teatro: devo capire se qualcuno si è presentato portando un neonato che ogni tanto si lagnava oppure era la suoneria di qualche cellulare; temo però sia la prima. In compenso c’è qualche giovanotto degno di nota, uno con gli occhi azzurri che si fa anche un viaggio in ascensore con noi. Peccato non ci fili di striscio.

Gli interpreti diciamo che se la sono cavicchiata. Il tenore, Lorenzo Decaro, nel primo atto ha voluto strafare  trascinando all’eccesso “la vita mi costasse” per poi steccare la chiusura perché senza fiato, atteggiamento evidentemente ridimensionato nel seguito della serata per evitare altre figuracce; anche il volume non è il suo forte, spesso coperto nei duetti e dall’orchestra, non dimostra particolare abilità neanche in “e lucevan le stelle”, nonostante il timbro apprezzabile, dove manca proprio di forza espressiva.

Tosca, Cellia Costea, regge bene il ruolo, pur dimostrando qualche lieve insicurezza sugli acuti, una buona estensione ed espressività; del resto ormai mi sono rassegnato al fatto che l’armoniosità ed i filati della voce della Caballè non li troverò mai più quindi provo ad apprezzare le “nuove” voci.

E qui ci sta un momento nostalgia🙂

Buona la prova vocale di Ivan Inverardi, baritono che, nonostante le scelte registiche, tiene bene la scena e si impone con una voce piena e sicura.

Piacevole, chiara e non eccessivamente enfatizzata la voce del sagrestano, Davide Pelissero, adatta al ruolo.

Attendiamo fiduciosi la prossima stagione del Coccia sperando si torni un po’ a riproporre le Opere nella loro genuinità che, forse, è proprio quella che le ha portate al successo.

Buon 2014. Forse.

Un bel modo di passare l’ultimo dell’anno è con gli amici.

Ci siamo trovati da Max, abbiamo cucinato delle penne al salmone che Benedetta Parodi levati, spiedini di gamberetti, frutta, panettone, cazzeggiato un po’ e giocato.

Vorrei sottolineare una cosa. Anche due. Abbiamo giocato a Supercluedo ed ha vinto Max, che fra l’altro giocava per la prima volta. Al gioco dell’oca ha vinto Igor. A scala 40 ho perso io.

Sarà mica la punizione karmica per aver fatto troppo sesso nel 2013? Cioè, io spero di farne anche di più nel 2014, devo quindi aspettarmi indicibili sciagure?

Ho udito, udo e udisco, cose che voi umani e bla bla bla…

ATTENZIONE: ogni riferimento a cose, persone, animali, città, piante, dire, fare, baciare, Parco della Vittoria, Viale dei Giardini, la signora Pavone col candeliere nello studio e senza passare dal via, è puramente casuale. Come i mei neuroni.

E non dite che soffro di disturbo bipolare perché non è assolutamente vero, io non vivo ai poli, fa troppo freddo.

E siccome siamo vicino a Natale e siamo tutti più buoni vi regalo qualche chicca dalle mie esperienze di vita vissuta. Invidiatemi.

Si.

Tanto tanto.

– Ho con voi una finanziaria, potrei chiederne un’altra?

– – –

– …le faccio l’esplosione: C come Como, A come Ancona…

– – –

+ …le do l’iban per il bonifico o gli estremi per un bollettino postale?

– …ehmm…ma dove devo scriverlo?

– – –

– …io pago le rate col RIBA…

traduzione: pago le rate a rid.

– – –

– …vorrei i conti estinti…

traduzione: vorrei il conteggio estintivo.

– – –

– …volevo aver fatto un bonifico sulla mia carta…

traduzione: vorrei un trasferimento di contante dalla mia carta al mio conto corrente.

– – –

– …mio marito voleva essere spediti i bollettini…

– – –

– …ho delle informazioni che vorrei avere da voi…

– – –

– …ho un prestito, lo volevo distinguere per farne un altro…

– – –

+ …faccia copia/incolla col link contenuto nella mail…

– come si fa?

– – –

– …non ho ricevuto il bollettario…

traduzione: non ho ricevuto il carnet di bollettini.

Ora vi lascio, torno alla mia lombalgia che si sente trascurata.