La Traviata: Met(ti che si può fare di meglio)

ATTENZIONE: AVVISO IMPORTANTE

In questo post proverò un esperimento mai tentato prima: sforzarmi di dire che La Traviata che ho visto è stata bella. Anche se sarà molto dura. Molto.

Cominciamo: la rappresentazione è quella del Met, in diretta in enne cinema nel mondo, del 14 marzo anno corrente, produzione Willy Decker e altri nomi che vi risparmio, a parte quello del maestro Nicola Luisotti che non ho capito se ha il sugo sul fuoco e fretta di andare a casa però soffre di bipolarismo per quei passaggi in cui sembra ci sia un rallentamento sul satellite, un po’ come i vecchi walkman a batterie (li ricordate, vero?) che quando le batterie cominciavano a scaricarsi potevi godere delle canzoni in rallenty e tipo sentire The final countdown degli Europe pareva una ninna nanna. Certo, qualche problema il collegamento col satellite lo può dare, in effetti ogni tanto “lagga” ma si capisce dallo scatto dell’immagine che salta qualche frame; la velocità della musica che va a tratti veloce e a tratti lenta (ma mica poco) non credo sia da imputare al satellite. Non parliamo di quando musica e interpreti si esibiscono rispettivamente col fuso orario di New York e con quello di Los Angeles. Però, aspetta, dovrei dire che comunque non è un testo musicale facile, è complesso e tutto sommato è stato b…be…bel…no, non ce la faccio. L’orchestra è no. Ma proprio no.

Foto1

Veniamo ora a qualcosa di cui non parlo mai: la regia (essendo una battuta è gradita una risata).

Questa volta bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare (anche se io non l’ho mica votato ‘sto Cesare) e fare una netta distinzione fra la scenografia in quanto tale e le scelte della regia che vedremo più avanti. La scenografia è molto minimal, un ambiente-contenitore senza sfondo e pareti laterali ma un’unica parete curva che parte da un estremo della linea frontale del palco per giungere alla relativa opposta. Praticamente un abside. Arredamento: un enorme orologio, una seduta che percorre tutta la parete tonda e, all’occorrenza, diversi divani. La trovate facilmente sul tubo con Netrebko e Villazòn, perché in effetti non è nuova. Voto alla scenografia: pur non essendo amante delle scenografie diverse da quelle previste nell’ambientazione originale (quindi le più intelligenti) devo dire che, con un buon cast e una regia sensata e non inutilmente fantasiosa (usando un eufemismo), può anche essere gradevole. Magari anche bel…bell…ok no adesso non esageriamo. Carina, ecco.

Ovviamente non è questo il caso. Già, perché la regia prende delle scelte piuttosto discutibili.

L’opera apre -e prosegue- con un oscuro figuro che pare tormentare Violetta (ma possibile che si debba sempre andare a cercare risvolti psicologici e di chissà quale dimensione filosofica o astrale invece di mettere in scena ciò che c’è scritto? È scritto, basta farlo) che alla fine…beh, ve lo dico alla fine. Ma è necessario? No. È utile? No. Dà fastidio? Si, non è un film di Alfred Hitchcock o un giallo di Agatha Christie.

La festa. Tutti sono in smoking, compresa Flora. Va bene che mi trasli i costumi qualche decennio più avanti, ma Flora vestita da uomo anche no, non ha senso, si confonde con gli altri ed è palesemente equivoca. Serve? Assolutamente no. Dà fastidio? Assolutamente si. Per non parlare del modo discutibile con cui gli invitati entrano incitando Violetta, triste e turbata per chissà quali oscure e immaginarie ragioni (presenti più che altro nella testa del regista), come fosse, chessò, un cane da lanciare in un combattimento illegale fra rottweiler. Sul fatto che Violetta poi si atteggi sul divano con fare decisamente, come dire, “disponibile” potrei anche sorvolare. Difficile invece sorvolare sul secondo atto, un tripudio di scelte che porta non solo ad andarsene alla signora seduta di fronte a noi (dopo diversi segni di disapprovazione) ma anche a commenti e “sospiri” di vario genere fra i presenti.

Festa1

Scena prima: diversi divani in scena coperti da teli con fantasie floreali (anche piuttosto carine) se solo non fosse che entrambi i protagonisti, presenti contemporaneamente sul palco, se la spassano fra un divano e l’altro con una vestaglia imbastita con lo stesso tessuto; effetto camaleonte assicurato.

Camaleonte

Scena Seconda: “Annina donde vieni?” (per altro devono aver combinato qualcosa quei due sul divano sdraiati l’uno sull’altra perché praticamente sono a un passo dallo scoppiare a ridere) e parte il botta e risposta, sempre in presenza di Violetta (che invece dovrebbe entrare alla scena quarta) che al “questo colloquio ignori la signora” con lei a un metro di distanza sfocia veramente nel ridicolo. Prima che il quadro si chiuda Giorgio Germont non manca di tirare un bel rovescio al figlio che non lo vuole seguire. Contento lui…

Secondo quadro: è una festa in maschera. Certo, detta così si presta a molte interpretazioni, peccato che l’Opera preveda due bei cori –Noi siamo zingarelle e Di madride noi siam mattadori – per relativi ruoli degli invitati e non un gruppo di gente ubriaca vestita tutta uguale tranne un omone tatuato (dai pettorali alquanto invidiabili, nota personale) con un bel vestitino rosso che inscena un non so bene cosa (che rappresenti le zingare? Poi però con le lancette ci fa due banderillas…almeno credo…zingador? Matarella?) e un cartonato barra maschera che rappresenta un toro. Triste. Tristerrimo. Pacchiano.

Festa2

Restando in tema, quando Alfredo dovrebbe gettare addosso a Violetta “con furente sprezzo” dei soldi al “…testimon vi chiamo che qui pagata io l’ho!“, non si limita a lanciarli ma li riprende e, siccome lei è stata scaraventata sull’enorme orologio che per l’occasione è divenuto il tavolo da gioco, glie li infila a forza sotto la gonna fra le gambe e nel vestito fra i seni. Che classe. Che finezza.

Soldi

Terzo atto: senza uno straccio di stacco, anche per apprezzare le aperture musicali degli atti (che di solito si apprezzano maggiormente a scena ferma o addirittura a sipario calato – anche se sta prendendo piede la triste moda di non avere un sipario) oltre che per introdursi mentalmente nel nuovo scenario, ci troviamo con Violetta sdraiata in terra svenuta e tutti gli invitati che pian piano escono indietreggiando. Il famoso oscuro figuro, visto all’inizio e che è apparso più volte durante la rappresentazione senza particolare motivo, chiude le porte, si mette un attimo in disparte e…tadaaaa! Ecco che si rivela! È il dottore!  >_>’

Evito di dilungarmi in altri dettagli, non voglio essere cattivo. Infatti adesso parlerò degli interpreti e lo sarò di più.

Il ruolo principale è affidato a tale Sonya Yoncheva che, mi perdonerà, ma non ho mai sentito; per essere una perfetta sconosciuta devo dire che non mi è dispiaciuta, almeno non spesso. Si presenta con voce abbastanza brillante e misurata, un buon controllo nel fraseggio e, udite udite, una buona dizione. Purtroppo mi va a sgolarsi al “Sempre libera” avendo qualche problema salendo ai “do” alti ma almeno ha il buon senso di non tentare la variazione finale chiudendo in “la” come da partitura del Maestro. Nel complesso direi bene.

Non altrettanto bene il suo amato Alfredo, all’anagrafe Michael Fabiano, che pare faticare in diversi passaggi, a volte un po’ ingolato e forse dall’intonazione troppo piatta per il ruolo, poco flessibile e, pur avendo fiato, non sale come dovrebbe. Nel complesso direi piuttosto monotono.

Giorgio Germont, checché se ne dica, ha un ruolo primario nell’opera; insomma, senza di lui sarebbe una storiella d’amore un po’ Boheme ma non essendo Puccini sarebbe un tantino noiosa. L’intervento di Germont padre è il vero tema della storia, un matrimonio che “non s’ha da fare” (Manzoni docet) imposto da un uomo forte, convincente, autoritario ma anche amorevole quando serve. Esattamente come non riesce a essere Thomas Hampson, che non solo ritengo poco adatto al ruolo per la capacità interpretativa ma, rispetto alla performance con la Netrebko di cui sopra, appare ancora più statico, persino robotico (visto che la produzione è la medesima direi che è peggiorato lui), con una voce totalmente senza spessore, senza profondità, a volte “senza” punto e basta; tira fuori tutto ciò che ha in “Di Provenza il mar il suol” raggiungendo il minimo sindacale, il resto è no. Certo è vero che tutti invecchiano, ma se lo confrontiamo a Leo Nucci o Renato Bruson direi che Hampson ha dei seri problemi con la maturazione e forse sarebbe il caso di non interpretare più questo ruolo.

Hampson

In compenso le comparse monobattuta fanno un’ottima impressione.

Giusto per avere un’idea, sul tubo trovate una bellissima Traviata con Bruson, Filianoti e Devia (con rispettivamente 70, 32 e 58 anni a quel tempo) da scaricare che non posso dirvi di scaricare perché queste cose non si fanno quindi non fatelo usando keepvid.com, in cui nonostante l’età Bruson pur non avendo più la potenza di un tempo esprime benissimo il carattere e le sfumature che il ruolo impone; Filianoti (ma che fine ha fatto?) e Devia disinvolti e naturali come stessero cantando sotto la doccia. Un capolavoro. Purtroppo non esattamente italiano.

Willy Decker, per favore, cambia cognome in Wonka e va a fare il cioccolataio!

PS: praticamente l’ho scritto di notte quindi non fate caso agli errori grammaticali 😀

Macbeth al Massimo

Otto minuti di applausi. Dieci minuti di applausi. Così iniziano alcuni articoli che ho letto sulla prima del Macbeth di Giuseppe Verdi al Teatro Massimo di Palermo del 21 gennaio anno corrente.

Soldati

Non mi esprimerò su quella rappresentazione in quanto non vista, ma grazie ai potenti mezzi di cui dispongo (Sky) ne ho vista una successiva con la parte principale affidata a Roberto Frontali e non al sostituto Giuseppe Altomare che è intervenuto per un forfait del previsto Luca Salsi.

E indovinate un po’ di cosa parlerò per tipo tre quarti del post? Esatto! Dell’allestimento.

La regia è firmata Emma Dante e, rubando un concetto che ho letto da qualche parte, vista la tipologia dell’Opera in questione che di suo è già pregna di fantastico e piuttosto surreale, non possiamo definirla coi soliti parametri di “moderna” o “tradizionale” ma sarebbe più adatto dire “intelligente” o “stupida“. E la definizione migliore è stupida. Questa malsana voglia di personalizzare qualcosa che è già scritto e basterebbe rappresentarlo è veramente fastidiosa. Già, perché mi vanno anche bene le scene minimal con pochi elementi sul palco e i costumi da telefilm Stargate SG1, ma quando mi inventi di sana pianta delle varianti alla trama allora no, non stai facendo il tuo lavoro (e cioè mettere in scena un’Opera che qualcuno prima di te ha scritto, musicato e deciso come deve essere) ma stai inventando qualcosa di diverso inserendolo in un’architettura che non ti appartiene modificandola a tuo piacimento.

Vi risparmio le dietrologie pseudo filosofiche o inutili metafore che si possono mettere in campo con Macbeth giocando col fatto che l’intera Opera ruota attorno al “magico” venendo a quanto portato sul palco del Massimo (anche se c’è chi è riuscito a creare un’Aida galattica giocando con metafore assurde e decisamente fuori luogo).

L’Opera si apre con un’orgia. Si, un’orgia. Una grande, gioiosa e istruttiva orgia degna delle migliori pagine illustrate del Kama Sutra indiano. No, non è Rigoletto, è Macbeth. L’orgia è fra satiri (aiutatemi, dove sono citati nel Macbeth i satiri?) ingrifati -e visibilmente pisellodotati, seppur finti- e streghe tarantolate, altrimenti queste povere streghe come fanno a procreare dando seguito alla propria stirpe?

Orgia

Naturalmente, più in là, vedremo anche il momento in cui sforneranno i frutti dei loro passatempi, fra una profezia e l’altra.

Streghe

Direttamente in grossi paioli, ovviamente.

Parto

Piccola nota: credo che il cavallo che utilizzano per le rappresentazioni non sia nutrito a sufficienza. Non so perché ma ho questa impressione.

Cavallo

Una delle scene a mio avviso più belle, quella con l’aria “Una macchia è qui tuttora“, si trasforma in un estratto da un film d’orrore di una qualunque rete locale trasmesso a mezzanotte in cui lei è minacciata da vecchi lettini ospedalieri (telecomandati…) che, muovendosi da soli, la accerchiano. Forse sono gli alieni che vogliono rapirla, chi lo sa.

Letti

O figli, o figli miei” tutti uccisi voi foste probabilmente dalle risate di quanto visto finora; e giusto per fare qualcosa di diverso dal solito (perché nessuno dei tanto “innovativi” registi di oggi ha mai messo in scena qualcosa che richiamasse, chessò, un campo di concentramento, una guerra moderna…) ecco che il palco si riempie di cadaveri con tanto di coperta bianca sopra che neanche all’obitorio di CSI, allineati e coperti coma al militare; originalissima. Originalerrima. Il fatto che Macduff scopra i piedi anziché il volto di uno dei “suoi figli” non mi è chiaro se sia voluto o meno. Se fosse un errore sarebbe ridicolo; se non lo fosse, idem.

Corpi

Sul finale, in cui la famosissima foresta di FICHI D’INDIA (!!!), tipica pianta nord europea, avanza non saprei cosa dire, ero così preso dalla rappresentazione che gli ultimi minuti li ho passati smanettando su twitter.

Per quanto riguarda gli interpreti, il ruolo principale è affidato qui a Roberto Frontali che, diversamente da un interpretazione che vidi dal vivo diversi anni fa, ha retto fino alla fine senza perdere voce; nulla di eccezionale se comparato al grande Bruson ma va bene. La sua consorte, la perfida lady Macbeth è Anna Pirozzi; un buon soprano direi in linea generale, ma in quanto alla specifica performance non mi ha coinvolto più di tanto. Il maestro Verdi direbbe “Si, va bene…però deve essere più perfida, più cattiva…”; del resto Puccini la Boheme la scriverà cinquant’anni più tardi, qui c’è da tirar fuori la grinta.

Gli altri interpreti hanno fatto la loro parte: Marko Mimica in Banco, Vincenzo Costanzo in Macduff, Manuel Pierattelli in Malcolm. Un imponente schieramento di uomini e donne a riempire il palco fra streghe, fauni, soldati e chi più ne ha più ne metta; se solo non si fosse disturbati da scelte di regia alquanto fastidiose sarebbe anche un’Opera guardabile.

Guarda che Luna, guarda che selfie: Il Trovatore

A distanza di quasi un anno dal “Trovatetris” -sono stato piuttosto impegnato ma sono vivo, anche se con un braccio dolorante rotto il mese scorso a cui ho tolto il gesso l’altro giorno- per il ciclo “L’Opera al cinema” martedì sera dalla Royal Opera House di Londra è stato trasmesso Il Trovatore di Giuseppe Verdi, regia del tedesco David Bosch.

Cartellone

L’immagine sulla locandina lascia intendere che non sarà esattamente un allestimento classico, come fa notare il maestro Paola Manara che introduce questi appuntamenti con l’Opera al cinema (per altro cambiato, ora le proiezioni avvengono in un cinema sotto una chiesa con poltrone piccole e scomode); “Purché non si sparino con la pistola” dice -ignaro di ciò che lo attende- un signore in sala.

E come sempre, qui cade la mia prima critica, per la regia di Bosch, che riassumerei in poche semplici parole: certi registi dovrebbero limitarsi a rappresentare lavori di prosa per bambini facilmente impressionabili. Oppure potrebbe provare, chessò, a vendere lavatrici e lavastoviglie, che almeno saremmo liberi di non comprarle. Si, perché l’Opera, quella con la “O” maiuscola, con loro non ha nulla a che fare. Oppure potrebbero scriverle loro, le proprie “opere”. Troppo facile prendere un capolavoro e rimaneggiarlo a piacimento, sforando persino nel trash, come fosse la rappresentazione di uno scritto qualsiasi in cui si demanda a chi lo mette in scena ogni scelta diversa dal testo e dalla musica.

Prima che si apra il sipario risulta già evidente che ci sarà qualcosa di pacchiano.

Palco

Intendiamoci, per quanto purista non disdegno le rappresentazioni “non classiche” come ad esempio l’Aida che abbiamo visto al Coccia a Novara a ottobre (regia Gavazzeni/Maranghi) che, per quanto non sfarzosa e a tratti molto minimal, non ha distolto dalla trama, dalla musica, dalle parole, anzi; la scenografia deve accompagnare per mano la storia e i personaggi, non reinventarli. Invece no: lasciamo che una storia di rivalità e gelosia del XV secolo venga proiettata nei giorni nostri fra carrarmati, fucili e filo spinato; lasciamo che Leonora incida su un tronco, come in una -discutibile- favola per bambini, le iniziali “L e M” con in mezzo un cuore; lasciamo che i soldati si facciano un bel selfie riuniti in gruppo davanti al carrarmato “Luna” (scritto in bianco sul lato torretta);

Selfie

lasciamo che gli zingari siano quelli dell’accezione più negativa del termine, tipica dei giorni nostri, dove sono solo ladri e furfanti itineranti -con tanto di roulotte “addobbata” di bambolotti appesi!- che si celano dietro la falsa identità di giocolieri.

Zingari

Insomma, qualora non fosse ancora chiaro, alterare in questo modo un’Opera lirica è come prendere la Gioconda, disegnarle i baffi, metterle in mano un cellulare per un selfie e dire che è la Gioconda di Leonardo.

Gioconda

No, non lo è più. E non celiamoci dietro la scusa che si vuole “rinnovare” per portare a teatro i giovani; in questo modo si può solo ridicolizzare ciò che è parte dell’immenso patrimonio culturale e artistico del nostro Paese. Qualcosa che andrebbe promosso per ciò che è e non per ciò che potrebbe diventare nelle mani di persone dal dubbio gusto estetico.

E dopo il mio sfogo sulla regia veniamo agli interpreti 🙂

Il Trovatore è Gregory Kunde, tenore statunitense dal repertorio ampissimo che coi suoi sessanta e rotti anni regge bene la parte; voce classica, anche se non troppo calda, che a tratti ricorda Alfredo Kraus, sicuro e con un fiato che farebbe invidia a molti giovani emergenti. Un “Di quella pira” agile, fraseggio educato e voce sempre presente.

Il conte di Luna è interpretato da Vitaliy Bilyy, baritono a me totalmente sconosciuto -ma ciò non significa che non sia bravo- che però in questo caso non mi è piaciuto granché. Più volte l’ho trovato di volume piuttosto basso, ho avuto anche l’impressione che facesse fatica in più occasioni; forse una mia impressione ma mi sembra che sia poco agile e la voce un po’ troppo scura. Regge comunque tutta la sera senza particolari defaillance.

Leonora è Lianna Haroutounian, soprano dal nome impronunciabile nata in Armenia (l’età non è dato saperla), con una pronuncia direi straordinaria, una voce che da subito appare pulita e chiara, un buon controllo e abili capacità tecniche senza penalizzare troppo il calore. Lascia emozionare, esprime una buona coloratura senza incertezze, un po’ Callas e un po’ Tebaldi, forse non sale quanto potrebbe ma va benissimo comunque; unica piccola nota personale, “D’amor sull’ali rosee” lo avrei preferito con un pochino più di pathos inserendo qualche pianissimo alla Caballé (e qui verrebbe da dire “cosa c’entra?”, non è mica Puccini) perché io, si sa, i filati e i pianissimo della Caballé li metterei come il prezzemolo un po’ ovunque.

Inutile dire che la mia famosa ex prof. di inglese è presente, come sempre; ricordo che al Trovatetris disse che non disdegna gli allestimenti moderni. Sono indeciso se rivolgerle ancora la parola 😀

 

Il Trovatetris

Miei carissimi, numerosissimi (…) e affezionatissimi (…) lettori, mentre la vita prosegue fra alti e bassi (qualcuno anche di statura normale) c’è sempre chi non coglie l’occasione di non esprimere le proprie malsane idee dando vita a rappresentazioni alquanto discutibili.
No, non sto parlando del familyday, per il quale ci sarebbe tanto da dire; parlo dell’ennesimo regista che stravolge un’Opera lirica: tale Alex Ollè.
Il Trovatore è quello, visto al cinema Silvio Pellico di Saronno con Max, allestito all’Opéra Bastille in cui, se non avesse dato forfait causa malanno, avrebbe cantato Anna Netrebko, sostituita quindi da Hui He che era prevista per successive rappresentazioni. Ovviamente l’età media dei presenti si aggira attorno al secolo, ma questi sono dettagli.
Ma torniamo all’allestimento. La storia viene traslata alla prima guerra mondiale (deve essere piaciuta proprio tanto visto che è una scelta che fanno diversi registi) e già -e chi mi conosce sa che sono piuttosto purista nella collocazione storica- cambia l’anima della rappresentazione. Cambiano i costumi, le luci, le atmosfere e ci si ritrova fra profughi di guerra che non è chiaro se stia andando un servizio del telegiornale sulla Siria o se stiano per intonare il “Va pensiero” da un moderno quanto discutibile Nabucco.
Appena il palco si popola il fastidio è immediato: lo sfondo della scena, sicuramente per produrre profondità, è una parete a specchio, plastica o metallica, che ad ogni piè sospinto sul palco ondeggia vanificando il suo scopo ed evidenziando la sua artificialità.

Scena

Come se non bastasse, la scenografia è costruita da tre serie di parallelepipedi verticali inseriti nel pavimento che, collegati a cavi aerei, vengono sollevati alla bisogna fino ad essere sospesi per aria lasciando grandi fosse (trincee o tombe a seconda della necessità) nel tavolato.

Trovatore

La noia e il fastidio; la noia di questi elementi freddi e tristi e il fastidio di tutti i loro cavi (quattro cadauno) chiaramente visibili ogni volta che gli elementi sono inseriti nel palco e gli interpreti devono necessariamente girargli attorno per evitarli rendendo la scena ancora più artificiale. Neppure fosse una partita al famoso videogame degli anni passati Tetris.

Tetris

Ovviamente, non pago, il regista ha fatto anche qualche simpatica variante. Quando ad esempio Leonora sta per entrare in convento ed arriva Manrico, ecco che, per probabile intervento di Piper Halliwell, tutti tranne Leonora si bloccano. Ovviamente, poi, nel quarto atto, Leonora ha il veleno col quale si toglierà la vita in un bellissimo portaveleno che tiene al collo per niente sospetto. Ma proprio niente niente, eh. A chiudere in bellezza, Azucena, con la pistola ancora nelle mani del conte che ha appena sparato a Manrico, si suicida.

Interpreti. Come detto, niente Netrebko ma Hui He. Che mi è piaciuta poco. Poco poco. Si, non ce la vedo, non mi pare abbia una voce da Trovatore; timbro scuro, emissione a volte sul limite del nasale e non troppa agilità come invece vorrebbe il ruolo, sopratutto sui passaggi alti. Marcelo Alvarez nei panni di Manrico non mi dispiace. La sua enfasi ed espressività, particolarmente accentuate, danno vita ad un personaggio molto vivace ed emotivo; l’ingresso sulle note e i passaggi fra tonalità mi sembrano migliorati rispetto al passato. Il Conte di Luna di Ludovic Tézier, invece, è piuttosto piatto, come alla ricerca della perfezione che però lo rende poco incisivo. Una buona seppur non primaria parte quella di Roberto Tagliavini in Ferrando. Abile interpretazione quella di Ekaterina Semenchuk in Azucena che tira su un po’ il livello di attenzione generale; misurata ma intensa e senza strafare assetta il giusto pathos nel canto che compensa, seppur parzialmente, la triste e noiosa scena.

Ekaterina

Non poteva mancare l’incontro con la mia ex prof. di inglese, che è con un’amica, e le dice “Questo giovanotto era un mio allievo” e ci si scambia i classici convenevoli. Il tutto col suo fantastico accento salernitano.

Consoliamoci -ogni scusa è buona- col sacchetto di caramelle comprato nel pomeriggio, a palettate proprio. E speriamo che il Rigoletto in programma ad aprile vada meglio e non diventi, chessò, la storia di un ascensorista in una base lunare.

Floria di Lammermoor

Dice: e chi è ‘sta qua? Ma come, è quella di quell’Opera che alla fine si butta giù dalla torre…come si chiama…Tosca!

O no. Forse è quella che sposa uno che non ama per convenienza politica del fratello, impazzisce e si butta giù dalla torre…come si chiama…Lucia!

Si, perché oggi se fai il regista sei libero di decidere non solo le scenografie, i costumi, ambientazione e comportamento degli interpreti ma anche la trama. La trama non di un film, uno spettacolo teatrale, il ballo di fine anno o il ballo del qua qua bensì quella di un’Opera; alla faccia del librettista e di chi l’ha musicata, molti anni prima che tu regista con ottime braccia per raccogliere pomodori nel salento nascessi e decidessi di fare questo lavoro.

Sto parlando naturalmente di “Lucia di Lammermoor”, proiettata qualche giorno fa per il ciclo “L’Opera al cinema” in diretta da Barcellona, interpretata da Elena Mosuc e Juan Diego Florez nei panni dell’amato Edgardo. Lei, nonostante non sia più giovanissima, regge bene una parte da “usignolo” tipica da Mariella Devia, anche se ho trovato qualche eccesso di enfasi (ma suppongo scelta registica); lui arriva da un repertorio non esattamente donizettiano, infatti manca di espressività tragica e di volume, il che lo porta ad essere piuttosto innaturale e monotono. Enrico, Marco Caria, soporifero; Raimondo, Simon Orfila, giovane ma ascoltabile.

Per le scelte registiche barra scenografiche barra narrative barra d’acciaio mi esprimerò semplicemente agevolando un’immagine:

Lucia.jpg

Ovviamente non è vero, ecco cosa penso: è una cagata pazzesca. Cioè, di norma vale questa regoletta: se la scena infastidisce l’ascolto o la comprensione del cantato, allora è fuori luogo. Ed è questo il caso. Certo, la storia vuole i due casati rivali in guerra, ma siamo nel ‘700 e non nel 2100 per avere un paesaggio desolato con una fastidiosa torre di vetro e acciaio semidistrutta da chissà quale evento bellico; non da meno i costumi che sembrano arrivare dalla seconda guerra mondiale. Degna di nota -e disprezzo- la fontana nel parco del castello nel primo atto, presso cui si svolge la scena IV, tradotta in un bellissimo ed elegante secchio di metallo.

secchio.png

Gli altri pietosi dettagli ve li risparmio, ma il clou si è raggiunto nel momento in cui, diversamente da quanto previsto da tali Cammarano e Donizetti, Lucia anziché svenire si getta (chiaramente una sua controfigura) dalla trave che sporge dal secondo piano della torre. Che Tosca levati proprio. E no, la regia non è di Dario Argento ma di tale Damiano Michieletto.

Di contro, c’è da segnalare l’ottima rappresentazione de “Il viaggio a Reims” messo in scena ad ottobre al Coccia di Novara, con scelte di scena e costumi, seppur strizzando l’occhio alla modernità, ponderate e assolutamente ben inserite nell’Opera. Direttore il giovane e bravo Matteo Beltrami e alla fine un bis a sorpresa diretto dal soprano Manuela Ranno, di cui consiglio caldamente la visione.

Bravi tutti gli interpreti, solo qualche piccola imprecisione di ruoli secondari, applausi applausi applausi.

pietrodibianco.jpg

Che in foto ci sia in primo piano il bravo e piacevole baritono/basso buffo Pietro Di Bianco è pura coincidenza.

Ovviamente.

Nuova rubrica: 1 Libro col tuo Pet!

Un’idea carina per gli amanti degli animali 😉

Ispirata dalla folata di nuove rubriche che coinvolgono altri blog ecco la nostra idea: FotoColPet

1) Esponete il vostro libro del cuore, il vostro primo libro oppure uno che nel corso della vita vi ha totalmente conquistati;

2) La foto vale solo con libro e vostro Pet vivente oppure un qualsiasi soggetto fisico finto (pupazzi, action figure, bambolotti ecc ecc) legato alla trama del libro in questione;

3) Scrivete qualcosa cercando di essere sintetici sul perché questo libro vi ha conquistati, per invogliare altri lettori;

4) Scrivete la vostra citazione preferita del libro indicando pagina del libro cartaceo o posizione su e-reader, (Kindle, Kobo, Sony, ecc);

5) Indicate il vostro blog perché verrà messo in evidenza;

MANDATE IL TUTTO SU ay_bairo@yahoo.it con oggetto PETBOOK;
Sponsorizzate questo post se vi piace l’idea e volete condividerla con i vostri amici.

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Minimo e massimo: La Traviata

Dopo aver finalmente conquistato un nuovo lavoro, ecco che affronto con Max l’ormai abituale viaggio della speranza verso il Coccia di Novara. Facendo merenda ne approfittiamo per scambiarci i regali di compleanno, visto che lo festeggiamo a pochi giorni di distanza.

Quest’anno il Coccia ci propone un nuovo allestimento per il capolavoro verdiano con l’orchestra sinfonica della Rai ed  una rosa di interpreti giovani, anzi, giovanissimi.

La Traviata

Minimo. L’allestimento è ridotto ai minimi termini. Si sa, io non amo gli allestimenti moderni, preferisco l’esaltazione della tradizione che le strane (di norma dettate da esigenze economiche) riletture futuristiche che spesso rasentano il ridicolo (vedi il Macbeth di Dario Argento), però a tratti diciamo che il “nulla” di questa scenografia è accettabile. A tratti, perché in molte situazioni il cantato dovrebbe avere un suo riscontro fisico nella scena (del resto è una rappresentazione, non un concerto lirico), cosa che qui manca in quanto buona parte dell’Opera vede gli interpreti su di un lucido quanto vuoto palco color petrolio.

Traviata Coccia

Massimo. Danno il massimo. Si, se parliamo delle persone che animano quella scena così cruda e spoglia gli applausi sono decisamente meritati.

L’orchestra della Rai è una macchina perfetta nelle mani di un giovane maestro, Andrea Battistoni, che la dirige a proprio piacimento senza fatica; si alternano momenti delicati ed armoniosi a momenti di intenso pathos, viene lasciato spazio ai cantanti senza sovrastarli e c’è armonia fra musica e canto. Solo in qualche finale ,forse, il ritmo dell’orchestra pare leggermente troppo frettoloso.

Alfredo è il giovanissimo (classe ’91!) Vincenzo Costanzo, una tenore a metà strada fra Kraus e Pavarotti, con una buona dizione, un bel timbro ed un buon controllo; in alcuni attacchi (in cui qualcuno potrebbe vedere una spiacevole inflessione di gola, che però a me non dispiace) ricorda il bel Kauffman, anche se non ha la stessa forza ed estensione. Aurelia Florian assolve egregiamente il compito di Violetta, un soprano piuttosto “classico”, voce chiara e piena, ben controllata (anche se un primo atto lievemente titubante), con ottimi passaggi quando la scena si regge tutta sul piano-pianissimo e senza mai urlare quando si deve salire con le note ed il volume; unico momento che non ho gradito, quando a “in questo popoloso deserto che appellano Parigi” scandisce le parole con un accento troppo robotico, ma le origini romene da qualche parte si devono pur far sentire. Ottima performance quella del “giovane” padre di Alfredo, il baritono Simone Piazzola (classe 1985) che fin da subito si mostra pienamente nella parte; anche lui, come gli altri, gestisce abilmente la scena, spontaneo, voce piena, garbata e controllata, non è Bruson ma sa crescere con forza a marcare gli spazi quando necessario.

La regia. Con la scelta di una scenografia così spoglia si può pensare ci sia ben poco da gestire, ma quel poco lo si può gestire anche male. I personaggi si ritrovano spesso a “pascolare” per il palco in maniera anche fastidiosa; resto dell’idea che non si debba cercare di dare chissà quali significati alle Opere liriche ma semplicemente rappresentarle in maniera quanto più possibile credibile, veritiera e comprensibile. E se il libretto prevede che in scena ci sia una persona che parla da sola, non condivido la scelta di lasciare in scena anche altre persone. Insomma, le interpretazioni personali lasciamole ai registi dei film.


A conclusione è stata comunque una delle migliori Traviate viste; giornata piacevole, il tempo clemente anche se ha fatto quattro gocce di pioggia, due passi per la città e per cena una buona pizza pere e zola, che consiglio caldamente.

Le faremo saperahahahahahahha…

Mentre qualcuno ancora discute, inutilmente, su quanto possa durare un contratto a termine e con quanti rinnovi, qualcuno è in spiaggia a prendere il sole. Non io, ovviamente.

No, io ho dovuto intraprendere la carriera del “cercatore di impiego”, per gli amici “disoccupato”. Finita l’esperienza con l’azienda in cui ho passato gli ultimi quattro anni, mi ritrovo nel vortice delle offerte di lavoro in cui si leggono cose che credevo potessero accadere soltanto nelle migliori puntate dei Simpson. Tipo l’annuncio per fare il “sales assistant specialist shop”, che è il commesso da Zara, per intenderci, devi avere due lauree, avere meno di 29 anni, esperienza pluriennale ed essere nato il 29 febbraio; per lavorare al Brico devi avere una laurea, meno di 29 anni, essere nato il 19  marzo, chiamarti Giuseppe e sapere utilizzare Sap, as400, Zucchetti, Siebel, Passepartout e Unduetrestella; per un front office avere due lauree e due diplomi, meno di 29 anni, parlare cinque lingue compresi swahili e mandarino, saper usare Diamante, Topazio e Ancheiricchipiangono e saper cantare “My heart will go on” stando su un piede solo reggendo due ventilatori, uno in ciascuna mano, che soffiano verso di te scompigliandoti la chioma fluente. Per un back office devi essere ingegnere aerospaziale, avere fatto almeno tre volte il giro del mondo su un mouse costruito da te ad energia solare ed essere disponibile su turni h24, 7 su 7 e contemporaneamente in una dimensione parallela. Almeno una, possibilmente due.  In ogni caso sarà sempre considerato requisito preferenziale avere la vista a raggi x, abitare sull’asse y e parlare madrelingua l’alfabeto zingarino. Quello tipo ciziazaozo sozonozo Dazavizideze.

lavoro

 

Analizzando con attenzione più e più volte la situazione, mi son reso conto che mi manca un requisito essenziale per poter essere assunto per la maggior parte delle offerte sul mercato: ho già compiuto i trenta. Una decina di volte. Poi vabbè, gli altri sono dettagli di poco conto, tipo non ho vinto premi Nobel, non ho fatto master documentati (pare che la testimonianza degli slave non valga) e non so generare report con strutture nidificate in pivot a tre livelli estratti da bilanci d’esercizio proiettati in benchmark a medio-lungo termine basati sulle variazioni dell’euribor ed i fabbisogni di cassa al netto dei ratei e dei risconti, ma per il resto direi che il mio know how ed il mio background non sono da buttare (conosco anche “problem solving” e “customer satisfaction” ma non sapevo come usarle e comunque non ho idea di cosa possano significare).

Insomma, questa cosa delle agevolazioni è alquanto discriminante; non vengo considerato perché non posso essere assunto col contratto di apprendistato (più conveniente alle aziende), chi è disoccupato da oltre due anni ha la precedenza (che in linea teorica è un sano principio ma pone le competenze in secondo piano) sempre per motivi economici, e non sono bionda e tettedotata per essere idoneo a lavori di front office.

Come se non bastasse, la concorrenza è tanta, ma tanta tanta; ho passato il colloquio di gruppo in una delle società FCA, per gli amici FIAT o FICA dipende dai gusti (cioè, Alfa Romeo ad Arese, mica fuffa) dove ho trovato persino la mia ex responsabile, fuggita da quel luogo di follia e insensatezza in cui lavoravamo entrambi. Feed back positivo, ho sostenuto quello individuale. Ma no, non sono stato fra i pochi prescelti. Lei suppongo di si.

Bisogna reinventarsi, come ha fatto quello che ha inventato il “codista” che fa la coda per te; io, visto l’arrivo dell’estate, credo inventerò il “solista”, cioè quello che prende il sole conto terzi.

E non fregatemi l’idea che l’ho avuta prima io.

Ps: qualcuno sa come si fa per brevettarlo?

Pps: volevo dire qualcosa di gay ma non l’ho fatto. O forse si. Vabè, lo faccio ora: cercasi marito ricco e bono che mi mantenga.

Ppps: Raffella Carrà.

Momento diabetico

Pascolando per la rete ho trovato questo simpatico post; a volte i bambini sono proprio la bocca della verità.

“Che cos’è l’amore?

Eccolo spiegato da 10 bambini in dieci frasi diverse…

1. L’amore è quando esci a mangiare e dai un sacco di patatine fritte a qualcuno senza volere che l’altro le dia a te.(Gianluca, 6 anni)

2. Quando nonna aveva l’artrite e non poteva mettersi più lo smalto, nonno lo faceva per lei anche se aveva l’artrite pure lui. Questo è l’amore. (Rebecca, 8 anni)

3. L’amore è quando la ragazza si mette il profumo, il ragazzo il dopobarba, poi escono insieme per annusarsi. (Martina, 5 anni)

4. L’amore è la prima cosa che si sente, prima che arrivi la cattiveria. (Carlo, 5 anni)

5. L’amore è quando qualcuno ti fa del male e tu sei molto arrabbiato, ma non strilli per non farlo piangere. (Susanna, 5 anni)

6. L’amore è quella cosa che ci fa sorridere quando siamo stanchi. (Tommaso, 4 anni)

7. L’amore è quando mamma fa il caffè per papà e lo assaggia prima per assicurarsi che sia buono. (Daniele, 7 anni)

8. L’amore è quando mamma dà a papà il pezzo più buono del pollo. (Elena, 5 anni)

9. L’amore è quando il mio cane mi lecca la faccia, anche se l’ho lasciato solo tutta la giornata. (Anna Maria, 4 anni)

10. Non bisogna mai dire “Ti amo” se non è vero. Ma se è vero bisogna dirlo tante volte. Le persone dimenticano. (Jessica, 8 anni)”

 

La grande bellezza

Un titolo in cerca di un film.

Sullo sfondo della capitale storie e storielle ruotano attorno al protagonista, Jep; storie di tradimenti, finti moralismi, una classe elitaria vecchia e ormai decadente che viene rappresentata come fosse la normalità assoluta. Un film lento, sopratutto la prima parte, tanta carne al fuoco ma cotta male e peggio accompagnata, con una trama da ricercare in chissà quale chiave di lettura pseudo filosofica su Roma e, peggio ancora, sull’Italia intera.

Certo è che se questo film vuole rappresentare uno spaccato del bel paese io mi dissocio, no, Maria, io esco. Ciò non significa che gli italiani siano santi, assolutamente, ma mi sembra decisamente eccessivo risolverla tutta nei soliti luoghi comuni di vuota mondanità condita di volgarità e droga, inscenando anche iperbole dal dubbio gusto, sopratutto visto che parliamo di quello che dovrebbe essere un film “impegnato” (perché è così che si giustifica chi lo difende a spada tratta nei confronti di chi non lo apprezza perché “non lo capisce”) e non di un film della serie “Vacanze di Natale”, da cui pare invece siano tratte alcune scene e talune battute degne del cinepanettone più classico. Ma si sa, qui, in quanto a film, sappiamo solo parlare di mafia, morti ammazzati, corruzione, tradimenti e chi più ne ha più ne metta, possibilmente con la finezza che er monnezza levate proprio. Vogliamo, oppure, dire che è arte ed in quanto tale va vista con occhi critici solo dopo averne compreso gli intrinsechi contenuti reali e simbolici e bla bla bla? Sarà, ma per me l’arte è tutt’altro, qui si fa confusione con la fantasia. Gli attori, in fondo, fanno la loro parte, nulla di impegnativo, nulla di eccezionale; qualcuno sa anche recitare.

Lento. Frammentato. Dissociato. A tratti freddo, a tratti tiepido, mai caldo e mai appassionante. Scene interessanti che si esauriscono in un momento. Scene in eccesso. Scene grottesche. Un puzzle disordinato. Il tutto per arrivare ad un finale che, per chi riesce a non addormentarsi, appare anche piuttosto banale e deludente; un “domani è un altro giorno” forse mi avrebbe evitato di esclamare “ma finisce così!?”.

Personalmente non spenderei un centesimo per vederlo al cinema (o in qualsiasi altro luogo), ma sono consapevole che, a chi ama il genere piuttosto “astratto”, possa anche piacere molto. Resto comunque dell’idea che non valga un Oscar e sia assolutamente in linea con i film che producono gli italiani: a ciascuno l’onere di attribuire tale livello.